No, non serve essere un Buddha per rimanere in equilibrio nelle sfide della vita. Ma serve pratica, onestà con sé stessi, e soprattutto compassione verso le proprie cadute.
La verità è che nessuno — neppure chi medita da vent’anni o chi scrive libri di crescita personale — vive sempre centrato, sereno e in equilibrio. Tutti, anche i più “evoluti”, attraversano momenti in cui vacillano. La differenza non è non cadere, ma come ci rialziamo.
Essere in equilibrio non è uno stato permanente. È un movimento continuo, un ritorno. È come suonare uno strumento: all’inizio stoni, poi accordi, poi impari ad ascoltare, ad aggiustare, a tornare in armonia. E succede ogni giorno.
Ecco chi può farlo:
• Chi è disposto a guardarsi dentro, anche quando fa male.
• Chi accetta che la crescita non è lineare, ma fatta di tentativi, errori, e ripartenze.
• Chi non cerca la perfezione, ma la verità.
• Chi, anche solo per un istante, sceglie di non reagire di impulso, ma di ascoltare.
Quindi no, non serve essere un Buddha. Serve essere disposti a essere umani, consapevoli e pazienti. E ogni volta che scegliamo la presenza invece della fuga, la gentilezza invece del giudizio, la responsabilità invece della colpa… stiamo già tornando a quel centro.
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